Articolo 18: IL DIRITTO DEI DIRITTI


Intervista a Alberto Piccinini
realizzata da Barbara Bertoncin

IL DIRITTO DEI DIRITTI
Le resistenze a intervenire nuovamente sull’articolo 18, dopo che già la Riforma Fornero ha fortemente limitato l’obbligatorietà del reintegro, vengono dalla preoccupazione che se si prevede una motivazione, una qualsiasi, che consente di non reintegrare una persona licenziata illegittimamente, i datori di lavoro potranno sempre licenziare con quella motivazione; la questione, irrisolta, della soglia dei 15 dipendenti, cioè tra chi ha diritto e chi no. Intervista ad Alberto Piccinini.

Al­ber­to Pic­ci­ni­ni, av­vo­ca­to giu­sla­vo­ri­sta, del­lo “Stu­dio Le­ga­le As­so­cia­to” di Bo­lo­gna, ha sem­pre svol­to la pro­fes­sio­ne fo­ren­se con spe­cia­liz­za­zio­ne in di­rit­to del la­vo­ro, pa­tro­ci­nan­do cau­se avan­ti al­la Cor­te di Cas­sa­zio­ne, al­la Cor­te Co­sti­tu­zio­na­le e al­la Cor­te di Giu­sti­zia Eu­ro­pea. Mem­bro del col­le­gio di­fen­si­vo Fiom, con Fran­co Fo­ca­re­ta, Mas­si­mo Vag­gi e Li­na Gros­so, ha di­fe­so la Fiom di Po­ten­za nel pro­ces­so per con­dot­ta an­ti­sin­da­ca­le di Sa­ta (Fiat) re­la­ti­vo ai li­cen­zia­men­ti di due de­le­ga­ti ed un iscrit­to al­la Fiom, di­chia­ra­ti in­fi­ne an­ti­sin­da­ca­li.

Il te­ma è quel­lo del­l’art. 18. Vor­rem­mo pro­va­re a ca­pi­re di co­sa si sta di­scu­ten­do og­gi, an­che al­la lu­ce del­le mo­di­fi­che già in­tro­dot­te con la ri­for­ma For­ne­ro. Può in­tan­to aiu­tar­ci a di­stri­car­ci tra le va­rie ti­po­lo­gie di li­cen­zia­men­to?
Pro­vo a spie­ga­re in pa­ro­le sem­pli­ci. Di­cia­mo che le tre ca­te­go­rie di cui sen­tia­mo par­la­re nei gior­na­li so­no il li­cen­zia­men­to di­scri­mi­na­to­rio, il li­cen­zia­men­to di­sci­pli­na­re e il li­cen­zia­men­to co­sid­det­to eco­no­mi­co; tut­te e tre era­no già sta­te svi­sce­ra­te e di­scus­se pro­prio due an­ni fa, in oc­ca­sio­ne del­la leg­ge For­ne­ro, per­ché si era pro­po­sta la stes­sa pro­ble­ma­ti­ca: il go­ver­no Mon­ti vo­le­va li­mi­ta­re la rein­te­gra­zio­ne esclu­si­va­men­te al li­cen­zia­men­to di­scri­mi­na­to­rio, co­me av­vie­ne in tut­to il mon­do. Il li­cen­zia­men­to di­scri­mi­na­to­rio è nul­lo an­che pres­so quel­le le­gi­sla­zio­ni che tu­te­la­no me­no il la­vo­ra­to­re; è un prin­ci­pio pa­ci­fi­co per­ché è aber­ran­te che uno pos­sa es­se­re di­scri­mi­na­to per una que­stio­ne di raz­za, re­li­gio­ne, ses­so, o an­che di età, co­me le ul­ti­me di­ret­ti­ve co­mu­ni­ta­rie han­no pre­ci­sa­to.
Nel­lo spe­ci­fi­co era sta­ta avan­za­ta la pro­po­sta di eli­mi­na­zio­ne del rein­te­gro nei con­fron­ti del li­cen­zia­men­to di­sci­pli­na­re: lo si vo­le­va mo­ne­tiz­za­re. Il com­pro­mes­so cui si era ar­ri­va­ti era sta­to di li­mi­ta­re for­te­men­te la pos­si­bi­li­tà di rein­te­gra­zio­ne. Il co­sid­det­to li­cen­zia­men­to di­sci­pli­na­re può es­se­re mo­ti­va­to da una giu­sta cau­sa o da un giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo sog­get­ti­vo e -in estre­ma sin­te­si- scat­ta quan­do il la­vo­ra­to­re vie­ne ac­cu­sa­to di aver com­piu­to un ina­dem­pi­men­to con­trat­tua­le. La de­fi­ni­zio­ne di li­cen­zia­men­to per “giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo sog­get­ti­vo”, che tro­via­mo già nel­l’art. 3 del­la leg­ge 604 del ’66, pre­ve­de in par­ti­co­la­re che ci sia un no­te­vo­le ina­dem­pi­men­to de­gli ob­bli­ghi con­trat­tua­li, e in que­sta ipo­te­si, da sem­pre, il da­to­re di la­vo­ro ha la pos­si­bi­li­tà di li­cen­zia­re. Poi c’è la “giu­sta cau­sa”, che in­ve­ce è una de­fi­ni­zio­ne che tro­via­mo nel co­di­ce del ’42: “una cau­sa che non con­sen­te la pro­se­cu­zio­ne, nean­che prov­vi­so­ria, del rap­por­to di la­vo­ro”, e che da­va e dà di­rit­to al li­cen­zia­men­to in tron­co, sen­za nean­che un pre­av­vi­so (men­tre in­ve­ce il li­cen­zia­men­to “per giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo sog­get­ti­vo”, da­va di­rit­to al pre­av­vi­so).
Be­ne, fi­no al­la For­ne­ro, se non c’e­ra né giu­sta cau­sa né giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo sog­get­ti­vo, il da­to­re di la­vo­ro era sem­pre con­dan­na­to al­la rein­te­gra­zio­ne.
Con la For­ne­ro si è in­se­ri­ta una nuo­va for­mu­la­zio­ne che spez­za la fat­ti­spe­cie sot­to il pro­fi­lo san­zio­na­to­rio, cioè i con­cet­ti e le ca­te­go­rie do­vreb­be­ro ri­ma­ne­re gli stes­si, ma se il giu­di­ce ac­cer­ta l’in­sus­si­sten­za del fat­to, op­pu­re, se ac­cer­ta che la fat­ti­spe­cie è già pre­vi­sta fra le san­zio­ni con­ser­va­ti­ve pre­sen­ti nei con­trat­ti col­let­ti­vi (fac­cio ri­fe­ri­men­to a rim­pro­ve­ro scrit­to, mul­ta, so­spen­sio­ne dal la­vo­ro in ca­so di in­fra­zio­ni non co­sì gra­vi da giu­sti­fi­ca­re il li­cen­zia­men­to); ec­co, se si rien­tra in quel­le fat­ti­spe­cie, al­lo­ra il la­vo­ra­to­re ha di­rit­to al­la rein­te­gra­zio­ne. Al­tri­men­ti c’è un’in­den­ni­tà da 12 a 24 men­si­li­tà.
La giu­ri­spru­den­za si è do­vu­ta un po’ orien­ta­re in que­sti due nuo­vi con­cet­ti. Di­cia­mo che la no­vi­tà più gros­sa ri­guar­da il con­cet­to di in­sus­si­sten­za.
Mol­ti giu­di­ci, e pri­ma di lo­ro la dot­tri­na che ha af­fron­ta­to la que­stio­ne, han­no evi­den­zia­to un ef­fet­to pa­ra­dos­sa­le di un’in­ter­pre­ta­zio­ne trop­po let­te­ra­le di que­sta nor­ma, per­ché si­gni­fi­che­reb­be che se io com­met­to un fat­to lie­vis­si­mo, e cioè -in ipo­te­si- guar­das­si ma­le il ca­po­re­par­to una mat­ti­na, da­van­ti a die­ci te­sti­mo­ni, po­trei per­de­re il po­sto di la­vo­ro in  quan­to il fat­to sto­ri­co “sus­si­ste”. Non oc­cor­re spen­de­re mol­te pa­ro­le per evi­den­zia­re co­me sa­reb­be ve­ra­men­te pa­ra­dos­sa­le.
Ri­cor­do un mio ca­so in cui il da­to­re di la­vo­ro ave­va li­cen­zia­to il la­vo­ra­to­re per­ché ave­va scrit­to in una mail “in que­sto grup­po azien­da­le par­la­re di pia­ni­fi­ca­zio­ne è co­me par­la­re di psi­co­lo­gia con un ma­ia­le”. Que­sta fat­ti­spe­cie evi­den­te­men­te non è pre­vi­sta tra le san­zio­ni con­ser­va­ti­ve, per­ché non tro­ve­re­mo mai un con­trat­to col­let­ti­vo in cui si di­ce “vie­ne pu­ni­to con la mul­ta il la­vo­ra­to­re che, in una mail di­ce che…”.
In­som­ma, è evi­den­te che il giu­di­ce de­ve po­ter uti­liz­za­re i pa­ra­me­tri di in­ter­pre­ta­zio­ne che la leg­ge gli ri­co­no­sce: es­si so­no quel­lo del­la leg­ge 604, sul giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo sog­get­ti­vo, che pre­ve­de che l’i­na­dem­pi­men­to deb­ba ave­re il re­qui­si­to del­la “no­te­vo­lez­za”, e quel­lo del­la pro­por­zio­na­li­tà, rin­ve­ni­bi­le nel­lo stes­so del co­di­ce ci­vi­le, se­con­do cui la san­zio­ne de­ve es­se­re pro­por­zio­na­ta al­l’in­fra­zio­ne. D’al­tra par­te, qui par­lia­mo di nor­me ge­ne­ra­li: la for­mu­la­zio­ne “no­te­vo­le ina­dem­pi­men­to de­gli ob­bli­ghi con­trat­tua­li” e “cau­sa che non con­sen­te la pro­se­cu­zio­ne” so­no con­cet­ti aper­ti che pre­sup­pon­go­no una lo­ro in­ter­pre­ta­zio­ne/ap­pli­ca­zio­ne al ca­so con­cre­to da par­te del giu­di­ce. So­lo at­tra­ver­so una ta­le ope­ra­zio­ne è pos­si­bi­le ri­spon­de­re al­la do­man­da di giu­sti­zia pro­po­sta dal la­vo­ra­to­re.
Poi c’è il “li­cen­zia­men­to eco­no­mi­co”.
La ter­mi­no­lo­gia co­mu­ne­men­te usa­ta di “li­cen­zia­men­ti eco­no­mi­ci” si ri­fe­ri­sce al li­cen­zia­men­to per giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo og­get­ti­vo, che per l’art. 3 del­la leg­ge 604 va ri­con­dot­to a “ra­gio­ni ine­ren­ti al­l’at­ti­vi­tà pro­dut­ti­va, al­l’or­ga­niz­za­zio­ne del la­vo­ro, e al re­go­la­re fun­zio­na­men­to del­la stes­sa”.
Da quan­to si de­du­ce dal­le di­chia­ra­zio­ni re­se al­la stam­pa (dal mo­men­to che nel­la leg­ge de­le­ga vo­ta­ta con la fi­du­cia l’art. 18 non vie­ne nem­me­no no­mi­na­to), que­sta sem­bra la so­glia su cui il go­ver­no Ren­zi non vor­reb­be ar­re­tra­re, igno­ran­do la cir­co­stan­za che già la leg­ge For­ne­ro ha ri­dot­to la pos­si­bi­li­tà del­la rein­te­gra­zio­ne a ipo­te­si re­si­dua­li.
Ma qual è l’in­si­dia? Che se vie­ne pre­vi­sta una mo­ti­va­zio­ne che con­sen­te al da­to­re di la­vo­ro di li­be­rar­si di una per­so­na sco­mo­da, an­che nel ca­so in cui il giu­di­ce ac­cer­ti l’il­le­git­ti­mi­tà del li­cen­zia­men­to, si apre una cre­pa at­tra­ver­so cui pas­se­ran­no tut­ti. Ec­co, io te­mo che la pos­si­bi­li­tà di non rein­te­gra­re in un ca­so del ge­ne­re apri­reb­be la stra­da al fat­to che i da­to­ri di la­vo­ro po­treb­be­ro sem­pre li­cen­zia­re con quel­la mo­ti­va­zio­ne.
Tan­to più che sem­bre­reb­be che vo­glia­no pu­re to­glie­re la pos­si­bi­li­tà del giu­di­ce di in­ter­ve­ni­re sta­bi­len­do del­le “pe­ne fis­se” rap­por­ta­te a un cer­to nu­me­ro di men­si­li­tà (le tu­te­le cre­scen­ti pro­ba­bil­men­te so­no que­ste: se ho la­vo­ra­to un cer­to pe­rio­do ho di­rit­to a que­ste men­si­li­tà) sen­za la­scia­re che sia il giu­di­ce, co­me av­vie­ne ades­so con la For­ne­ro, quan­to­me­no ad ap­pli­ca­re al ca­so con­cre­to una san­zio­ne da un mi­ni­mo a un mas­si­mo, ad esem­pio da 12 a 24 men­si­li­tà.
A quel pun­to se so­no un da­to­re di la­vo­ro di­so­ne­sto pos­so di­re: “Ho dei pro­ble­mi di bi­lan­cio”. Do­po­di­ché an­che se i pro­ble­mi di bi­lan­cio non li ho, so­no sal­vo: pos­so ca­var­me­la con una man­cia­ta di sol­di e non so­no più te­nu­to a rein­te­gra­re.
At­ten­zio­ne, qui par­lia­mo sem­pre -for­se è il ca­so di ri­cor­dar­lo- di li­cen­zia­men­ti in­di­vi­dua­li.
Per­ché quan­do un’a­zien­da con più di quin­di­ci di­pen­den­ti de­ve li­cen­zia­re più di cin­que per­so­ne, met­te in at­to una pro­ce­du­ra re­go­la­ta e di­sci­pli­na­ta da una leg­ge del ’90 che ha at­tua­to, in ri­tar­do, una di­ret­ti­va co­mu­ni­ta­ria, la 223. Que­sta sta­bi­li­sce un per­cor­so di con­sul­ta­zio­ne coi sin­da­ca­ti, che può fi­ni­re con un ac­cor­do o me­no, e poi il da­to­re di la­vo­ro fa i suoi li­cen­zia­men­ti. È una leg­ge che c’è da 24 an­ni, ed evi­den­te­men­te va be­ne a tut­ti se in un quar­to di se­co­lo nes­su­no ha mai pro­va­to a mo­di­fi­car­la. Mi po­te­te spie­ga­re per­ché, al­lo­ra, ogni tan­to an­co­ra og­gi si al­za un po­li­ti­co che di­ce: “Ma co­me, un da­to­re di la­vo­ro in cri­si che de­ve chiu­de­re non può li­cen­zia­re?”.
Il li­cen­zia­men­to di­scri­mi­na­to­rio, l’u­ni­co pie­na­men­te tu­te­la­to, è an­che quel­lo più dif­fi­ci­le da di­mo­stra­re. Si di­ce che quan­do il rein­te­gro era pre­vi­sto per tut­te e tre le ti­po­lo­gie, non di ra­do il li­cen­zia­men­to eco­no­mi­co o di­sci­pli­na­re per­met­te­va­no di “co­pri­re” il la­vo­ra­to­re an­che di fron­te a li­cen­zia­men­ti di­scri­mi­na­to­ri ma­sche­ra­ti.
Pri­ma del­la For­ne­ro, il li­cen­zia­men­to in­giu­sti­fi­ca­to ve­ni­va sem­pre san­zio­na­to con la rein­te­gra­zio­ne, so­pra i 15 di­pen­den­ti. In giu­di­zio, in ef­fet­ti, la via del di­scri­mi­na­to­rio era la più fa­ti­co­sa, per­ché quel mo­ti­vo di­scri­mi­na­to­rio lo de­vo pro­va­re io la­vo­ra­to­re, men­tre in­ve­ce la man­can­za di giu­sti­fi­ca­to mo­ti­vo la de­ve di­mo­stra­re il da­to­re di la­vo­ro. I giu­di­ci stes­si co­sì se la ca­va­va­no più fa­cil­men­te; ma­ga­ri il mo­ti­vo di­scri­mi­na­to­rio c’e­ra, ma non era poi co­sì in­di­spen­sa­bi­le far­lo emer­ge­re, dal mo­men­to che il ri­sul­ta­to per il la­vo­ra­to­re era lo stes­so.
Al­cu­ni che cu­ra­no la ma­te­ria del­la di­scri­mi­na­zio­ne di­co­no che non è pro­prio ve­ro che l’o­ne­re del­la pro­va del­la di­scri­mi­na­zio­ne sia tut­ta in ca­po al la­vo­ra­to­re. Nel­lo spe­cia­le pro­ce­di­men­to an­ti­di­scri­mi­na­to­rio tu puoi, ad esem­pio, for­ni­re dei da­ti sta­ti­sti­ci nel­le di­scri­mi­na­zio­ni col­let­ti­ve e uti­liz­za­re cri­te­ri di pre­sun­zio­ni (con un no­te­vo­le al­leg­ge­ri­men­to del­la ne­ces­si­tà, in ca­po al sog­get­to di­scri­mi­na­to, di pro­va­re la di­scri­mi­na­zio­ne). Se­con­do i prin­ci­pi del­l’o­ne­re del­la pro­va, nel no­stro pro­ces­so, se chi fa cau­sa al­le­ga una mo­ti­va­zio­ne di­scri­mi­na­to­ria de­ve poi for­ni­re quan­to­me­no una se­rie di in­di­zi, ma se un da­to­re di la­vo­ro su die­ci as­sun­zio­ni as­su­me no­ve uo­mi­ni e una don­na (o vi­ce­ver­sa) de­ve for­nir­ne una ra­gio­ne­vo­le mo­ti­va­zio­ne.
Non sem­pre pe­rò c’è que­sta evi­den­za. Non tro­ve­rai mai un da­to­re di la­vo­ro che ti di­ce: “Ti li­cen­zio per­ché sei ne­ro”, ov­via­men­te tro­ve­rà un’al­tra scu­sa. Ec­co, nel mo­men­to in cui io smon­to quel­la scu­sa, ci so­no già de­gli in­di­zi che pos­so­no por­ta­re a so­ste­ne­re che ef­fet­ti­va­men­te c’è sta­ta di­scri­mi­na­zio­ne. Al­lo­ra, per con­clu­de­re, è ve­ro che con la di­scri­mi­na­zio­ne la pro­va è un po’ più dif­fi­ci­le da for­ni­re, ma è an­che ve­ro che so­no au­men­ta­ti, nel­le cau­se, i ri­chia­mi al­la di­scri­mi­na­zio­ne. Qual­cu­no so­stie­ne che, do­po la For­ne­ro, tut­ti i la­vo­ra­to­ri so­sten­go­no di aver su­bì­to di­scri­mi­na­zio­ni. Io cre­do, sem­pli­ce­men­te, che la ra­gio­ne per cui so­no au­men­ta­ti i ca­si è che pri­ma c’e­ra me­no mo­ti­va­zio­ne ad an­da­re a svi­sce­ra­re un aspet­to di­scri­mi­na­to­rio quan­do poi il ri­sul­ta­to con­cre­to che si por­ta­va a ca­sa (la rein­te­gra­zio­ne) era lo stes­so an­che con un li­cen­zia­men­to sem­pli­ce­men­te in­giu­sti­fi­ca­to.
Nel­la vo­stra espe­rien­za in­con­tra­te mol­ti li­cen­zia­men­to di­scri­mi­na­to­ri?
Bi­so­gna sa­pe­re che il pri­mo com­ma del­l’art. 18 equi­pa­ra ai li­cen­zia­men­ti di­scri­mi­na­to­ri quel­li ef­fet­tua­ti per cau­sa di gra­vi­dan­za o per “cau­sa di ma­tri­mo­nio”: ta­le ul­ti­ma cau­sa­le era sta­ta in­tro­dot­ta da una vec­chia leg­ge del ’63, quan­do si pre­su­me­va che se una don­na si spo­sa­va, ri­ma­ne­va in­cin­ta e quin­di era da li­cen­zia­re. Or­mai non si spo­sa più nes­su­no, ma ma­ga­ri la con­ser­va­zio­ne di una si­mi­le tu­te­la del po­sto di la­vo­ro po­treb­be in­cen­ti­va­re i ma­tri­mo­ni…
E poi è equi­pa­ra­to al di­scri­mi­na­to­rio il li­cen­zia­men­to ri­tor­si­vo. Que­sto è im­por­tan­te, era un prin­ci­pio ac­qui­si­to dal­la giu­ri­spru­den­za, pe­rò ades­so vie­ne espli­ci­ta­to. Co­s’è la ri­tor­sio­ne? Per esem­pio, se io fac­cio cau­sa al mio da­to­re di la­vo­ro e lui mi li­cen­zia. Una del­le pri­me sen­ten­ze era pro­prio mo­ti­va­ta co­sì. Un da­to­re di la­vo­ro, che non ave­va nean­che l’ob­bli­go di giu­sti­fi­ca­re il li­cen­zia­men­to, era al di fuo­ri del­l’art. 18, in­ve­ce l’ha mo­ti­va­to col fat­to che il suo di­pen­den­te gli ave­va fat­to cau­sa. Si è ar­ri­va­ti fi­no in Cas­sa­zio­ne, che ha sta­bi­li­to un prin­ci­pio im­por­tan­te, cioè che nel mo­men­to in cui io eser­ci­to un di­rit­to, ad­di­rit­tu­ra di ran­go co­sti­tu­zio­na­le (per­ché fa­re cau­sa è un di­rit­to san­ci­to dal­l’art. 24 del­la Co­sti­tu­zio­ne), non pos­so es­se­re li­cen­zia­to per quel­la ra­gio­ne. Nel mo­men­to in cui ti­ro fuo­ri il mo­ti­vo ve­ro per cui ti ho li­cen­zia­to, ed è il­le­ci­to, quel­l’at­to di­ven­ta nul­lo.
Il pri­mo com­ma del­l’art. 18, che pre­ve­de la rein­te­gra­zio­ne pie­na, l’u­ni­co ba­luar­do con­ser­va­to dal­la For­ne­ro, equi­pa­ra tut­te que­ste fat­ti­spe­cie. Noi cer­to ne in­con­tria­mo, an­che per cau­sa di gra­vi­dan­za. La tu­te­la del­la don­na in gra­vi­dan­za è for­te, per­ché par­te dal mo­men­to og­get­ti­vo del con­ce­pi­men­to, quin­di scat­ta an­che se il da­to­re di la­vo­ro non lo sa, ad­di­rit­tu­ra se non lo sa la la­vo­ra­tri­ce. A quel pun­to non è ne­ces­sa­rio che tu mi ab­bia vo­lu­to li­cen­zia­re per­ché so­no in­cin­ta: dal con­ce­pi­men­to fi­no a un an­no d’e­tà del bam­bi­no non puoi li­cen­ziar­mi.
Di­cia­mo che per le don­ne i pro­ble­mi ar­ri­va­no al rien­tro dal­l’as­sen­za per gra­vi­dan­za, con il bam­bi­no che ha un an­no e un gior­no, per­ché quan­do la tu­te­la ter­mi­na spes­so si ri­tro­va­no de­man­sio­na­te, il lo­ro po­sto non è più esat­ta­men­te quel­lo di pri­ma. An­che se il Te­sto Uni­co sul­la ma­ter­ni­tà e pa­ter­ni­tà (un de­cre­to le­gi­sla­ti­vo del 2001) pre­ve­de espli­ci­ta­men­te che non pos­sa­no es­se­re di­scri­mi­na­te nel­l’as­se­gna­zio­ne del­le man­sio­ni e che al rien­tro dal­la gra­vi­dan­za ab­bia­no di­rit­to a es­se­re rein­te­gra­te nel­le esat­te man­sio­ni e nel luo­go di la­vo­ro di pri­ma.
Si di­ce che la cri­si ha por­ta­to a una mag­gio­re ar­ren­de­vo­lez­za da par­te dei la­vo­ra­to­ri. Voi lo ri­scon­tra­te?
De­ci­sa­men­te, c’è an­che un ca­lo del con­ten­zio­so giu­di­zia­rio. Que­sto non lo re­gi­stria­mo noi av­vo­ca­ti e i sin­da­ca­ti, ma lo re­gi­stra­no an­che i tri­bu­na­li.
Il Go­ver­no, che met­te nel muc­chio an­che le cau­se di la­vo­ro, si la­men­ta del fat­to che ogni ita­lia­no ha una cau­sa, che sia­mo un po­po­lo li­ti­gio­sis­si­mo e quin­di tut­te le mi­su­re de­ter­ren­ti dal­l’a­zio­ne giu­di­zia­ria ven­go­no con­si­de­ra­te po­si­ti­va­men­te. Ar­bi­tra­ti, fil­tri, ecc. Da un pa­io d’an­ni è sta­to in­tro­dot­to il con­tri­bu­to uni­fi­ca­to, una tas­sa che si pa­ga per far cau­sa; nel­le cau­se di la­vo­ro è di­mez­za­ta, pe­rò, per esem­pio, per una cau­sa di li­cen­zia­men­to so­lo que­sta “mar­ca da bol­lo” è più di 250 eu­ro. Inol­tre, so­no in­ter­ve­nu­ti li­mi­tan­do la pos­si­bi­li­tà per il giu­di­ce di com­pen­sa­re le spe­se, cioè di di­re che quan­do per­de il la­vo­ra­to­re cia­scu­no pa­ga il suo av­vo­ca­to. Per cui ora il la­vo­ra­to­re che in­ten­de fa­re cau­sa e ha un red­di­to fa­mi­lia­re su­pe­rio­re a 34.000 eu­ro de­ve in­tan­to pa­ga­re il con­tri­bu­to uni­fi­ca­to e poi, se per­de, cor­re il ri­schio di do­ver pa­ga­re an­che l’av­vo­ca­to del­l’a­zien­da (ades­so le ta­rif­fe pro­fes­sio­na­li so­no pu­re au­men­ta­te…).
In­som­ma, sot­to que­sto pro­fi­lo, il di­sin­cen­ti­vo per il la­vo­ra­to­re è mol­to for­te.
La ri­for­ma For­ne­ro pro­muo­ve an­che un ten­ta­ti­vo di con­ci­lia­zio­ne.
Que­sto è ve­ro, nel sen­so che per il li­cen­zia­men­to per mo­ti­vi eco­no­mi­ci da par­te dei da­to­ri di la­vo­ro con più di 15 di­pen­den­ti è sta­ta in­tro­dot­ta una pro­ce­du­ra che non con­sen­te di li­cen­zia­re su­bi­to ma ob­bli­ga a pas­sa­re at­tra­ver­so la Di­re­zio­ne ter­ri­to­ria­le del la­vo­ro. La co­mu­ni­ca­zio­ne del­l’in­ten­zio­ne di li­cen­zia­re va man­da­ta sia al­la Di­re­zio­ne del la­vo­ro che al la­vo­ra­to­re, e poi ci si ve­de lì. In quel­la se­de, con­sa­pe­vo­li del­la dif­fi­col­tà di ot­te­ne­re la rein­te­gra­zio­ne, i la­vo­ra­to­ri con­trat­ta­no un ran­ge di men­si­li­tà; mol­te ri­so­lu­zio­ni con­sen­sua­li ven­go­no fir­ma­te lì. La ri­so­lu­zio­ne con­sen­sua­le del po­sto di la­vo­ro non ti fa per­de­re il di­rit­to al­l’A­SpI, il trat­ta­men­to di di­soc­cu­pa­zio­ne. In mol­ti ca­si il da­to­re di la­vo­ro e il la­vo­ra­to­re tro­va­no un ac­cor­do e la co­sa si ri­sol­ve bo­na­ria­men­te.
Que­ste for­me di con­ci­lia­zio­ne pre­ve­do­no una tu­te­la le­ga­le?
Non è ob­bli­ga­to­ria. Il la­vo­ra­to­re può far­si as­si­ste­re da un av­vo­ca­to o da un sin­da­ca­li­sta. La com­mis­sio­ne in Di­re­zio­ne ter­ri­to­ria­le del la­vo­ro è com­po­sta da un fun­zio­na­rio pub­bli­co in­ter­no, da un rap­pre­sen­tan­te sin­da­ca­le dei la­vo­ra­to­ri e da un rap­pre­sen­tan­te sin­da­ca­le dei da­to­ri di la­vo­ro; in qual­che mi­su­ra il rap­pre­sen­tan­te dei la­vo­ra­to­ri, in teo­ria, do­vreb­be ve­ri­fi­ca­re che si sta ri­spet­tan­do la vo­lon­tà del la­vo­ra­to­re; cer­to, sa­reb­be me­glio che ve­nis­se as­si­sti­to da un sin­da­ca­li­sta o da un av­vo­ca­to.
Non è in­fre­quen­te che le azien­de pro­muo­va­no dei pre­sun­ti ten­ta­ti­vi di con­ci­lia­zio­ne pres­so la Dtl per ot­te­ne­re in quel­la se­de ac­cor­di di ri­nun­cia ad al­cu­ni di­rit­ti. Non sem­pre, so­prat­tut­to in que­sta ul­ti­ma ipo­te­si, i la­vo­ra­to­ri so­no as­si­sti­ti da­gli av­vo­ca­ti; c’è da spe­ra­re che le va­rie Di­re­zio­ni del la­vo­ro svol­ga­no, tut­te, la fun­zio­ne pub­bli­ca di ga­ran­zia per la par­te più de­bo­le al­le qua­li so­no chia­ma­te.
Pri­ma del­la For­ne­ro, si di­ce­va che la for­za del­l’ar­ti­co­lo 18, il suo ef­fet­to di di­ga ri­spet­to al ri­cor­so a li­cen­zia­men­ti il­le­git­ti­mi, non era il rein­te­gro, ben­sì la pre­oc­cu­pa­zio­ne eco­no­mi­ca per le po­ten­zia­li men­si­li­tà da ri­sar­ci­re che si cu­mu­la­va­no in at­te­sa di ar­ri­va­re a giu­di­zio.
Sul­le men­si­li­tà ar­re­tra­te la For­ne­ro è in­ter­ve­nu­ta su due fron­ti. Uno è il fron­te del pro­ces­so: ha sta­bi­li­to un nuo­vo ri­to, che pro­vo­ca un sac­co di pro­ble­mi per­ché è mol­to pa­stic­cia­to, pe­rò pre­ve­de del­le tap­pe più bre­vi. Per esem­pio, la ri­for­ma For­ne­ro è in vi­go­re da due an­ni e po­chi me­si, e al­cu­ne cau­se in­tro­dot­te con il nuo­vo ri­to so­no già ar­ri­va­te in Cas­sa­zio­ne, do­po due fa­si del giu­di­zio in pri­mo gra­do e il gra­do di ap­pel­lo. Quin­di per ora han­no man­te­nu­to que­sti tem­pi più ve­lo­ci.
Il ri­schio poi che il da­to­re di la­vo­ro ven­ga con­dan­na­to a pa­ga­re tut­to il pe­rio­do in cui il la­vo­ra­to­re è ri­ma­sto a ca­sa è sta­to mi­ti­ga­to in due mo­di. In­tan­to già da pri­ma del­la For­ne­ro an­da­va de­trat­to il co­sid­det­to aliun­de per­cep­tum, cioè quel­lo che il la­vo­ra­to­re aves­se per­ce­pi­to aliun­de, da un’al­tra par­te, quin­di il ri­sar­ci­men­to era le­ga­to al­la pre­sen­za di un dan­no ve­ro, va­le a di­re che il la­vo­ra­to­re era sta­to di­soc­cu­pa­to. Que­sto è ri­ma­sto nel li­cen­zia­men­to di­scri­mi­na­to­rio: si ha di­rit­to a tut­te le men­si­li­tà de­trat­to l’a­liun­de per­cep­tum. Nel­la rein­te­gra­zio­ne at­te­nua­ta (che scat­ta nel ca­so del li­cen­zia­men­to di­sci­pli­na­re per in­sus­si­sten­za del fat­to, o, nel ca­so del li­cen­zia­men­to eco­no­mi­co se il fat­to è ma­ni­fe­sta­men­te in­fon­da­to) c’è un tet­to mas­si­mo di 12 men­si­li­tà, e in più vie­ne de­trat­to non so­lo l’a­liun­de per­cep­tum, ma an­che l’a­liun­de per­ci­pien­dum, quel­lo che il la­vo­ra­to­re avreb­be per­ce­pi­to usan­do l’or­di­na­ria di­li­gen­za. Che vuol di­re che se non di­mo­stri di es­ser­ti iscrit­to nel­le li­ste di col­lo­ca­men­to e di aver cer­ca­to un la­vo­ro, non ti ri­co­no­scia­mo nean­che quei me­si lì. Per cui que­st’e­si­gen­za di tu­te­la del­l’im­pren­di­to­re mi sem­bra am­pia­men­te sal­va­guar­da­ta.
Quan­do scat­ta l’ob­bli­go di rein­te­gro co­sa suc­ce­de?
Suc­ce­de che il la­vo­ra­to­re tor­na a la­vo­ra­re e si ri­pri­sti­na una si­tua­zio­ne di le­ga­li­tà, co­me pre­ve­de l’or­di­na­men­to giu­ri­di­co ci­vi­le. La rein­te­gra­zio­ne non è poi una co­sa co­sì stra­na. Il prof. Ro­ma­gno­li, con una me­ta­fo­ra mol­to ef­fi­ca­ce, di­ce­va: “Se ti co­strui­sco­no un mu­ro al­to cin­que me­tri da­van­ti al­la por­ta di ca­sa, pre­fe­ri­sci un ri­sar­ci­men­to eco­no­mi­co o che quel mu­ro ven­ga ab­bat­tu­to?”.
È evi­den­te che bi­so­gna ri­pri­sti­na­re la si­tua­zio­ne di le­ga­li­tà. Il di­pen­den­te in­giu­sta­men­te li­cen­zia­to (non dob­bia­mo di­men­ti­ca­re che par­lia­mo di una sen­ten­za che di­chia­ra in­giu­sti­fi­ca­to quel li­cen­zia­men­to) de­ve rien­tra­re nel suo po­sto di la­vo­ro.
Que­sto do­vreb­be es­se­re il buon sen­so. Il prin­ci­pio ri­pri­sti­na­to­rio sta tut­to den­tro al co­di­ce ci­vi­le, do­vreb­be es­se­re pre­va­len­te sul­la tu­te­la ri­sar­ci­to­ria. In di­rit­to se un at­to è nul­lo, si ri­pri­sti­na la si­tua­zio­ne pre­ce­den­te, pun­to.
Nel­l’im­ma­gi­na­rio è pas­sa­ta que­sta idea di un rein­te­gro che ne­ces­si­ta dei ca­ra­bi­nie­ri…
Non è co­sì per­ché la Cas­sa­zio­ne ha det­to che al­la fi­ne la rein­te­gra­zio­ne non sa­reb­be coer­ci­bi­le. Se io fac­cio un con­trat­to in ba­se al qua­le tu mi de­vi fa­re un qua­dro, e non me lo fai, si so­stie­ne che que­sta è un’at­ti­vi­tà in­coer­ci­bi­le. Cioè non c’è un ca­ra­bi­nie­re che ti può co­strin­ge­re a fa­re il qua­dro. Del­la rein­te­gra­zio­ne si so­stie­ne che sia coer­ci­bi­le fi­no a un cer­to pun­to: l’uf­fi­cia­le giu­di­zia­rio può ac­com­pa­gna­re il la­vo­ra­to­re nel po­sto di la­vo­ro, può or­di­na­re l’i­scri­zio­ne nei li­bri pa­ga, pe­rò poi non può so­sti­tuir­si al ca­po­re­par­to che gli as­se­gna il la­vo­ro che de­ve fa­re tut­ti i gior­ni. Per que­sta ra­gio­ne, l’o­pi­nio­ne pre­va­len­te è che il da­to­re di la­vo­ro, con­dan­na­to al­la rein­te­gra­zio­ne, che tie­ne a ca­sa il la­vo­ra­to­re ma gli pa­ga lo sti­pen­dio, ha già as­sol­to ai suoi ob­bli­ghi. In­fat­ti i tre li­cen­zia­ti di Mel­fi so­no sta­ti tre an­ni a ca­sa. Ab­bia­mo pro­va­to a so­ste­ne­re che do­ve­va­no far­li la­vo­ra­re: han­no avu­to la pos­si­bi­li­tà di svol­ge­re at­ti­vi­tà sin­da­ca­le, par­te­ci­pa­re al­le as­sem­blee, ma non sia­mo riu­sci­ti, pri­ma del­la sen­ten­za di Cas­sa­zio­ne che ha di­chia­ra­to de­fi­ni­ti­va­men­te i li­cen­zia­men­ti il­le­git­ti­mi e an­ti­sin­da­ca­li, a con­sen­ti­re lo­ro di ri­pren­de­re ma­te­rial­men­te il la­vo­ro. Per cui an­che que­sta co­sa dei ca­ra­bi­nie­ri è una bar­zel­let­ta. Se il da­to­re s’im­pun­ta e pre­fe­ri­sce te­ner­li a ca­sa tut­ta la vi­ta, pa­gan­do­li, può far­lo.
Una que­stio­ne un po’ più di fon­do. Si di­ce che l’art. 18, non ve­nen­do ap­pli­ca­to a tut­ti i la­vo­ra­to­ri, non sa­reb­be un di­rit­to ben­sì una tu­te­la.
È si­cu­ra­men­te un di­rit­to, ed è sta­to giu­sta­men­te de­fi­ni­to “il di­rit­to dei di­rit­ti”, per­ché è quel­lo che tie­ne in pie­di tut­to. Cer­to que­sto va­le nel­le azien­de in cui si ap­pli­ca, e qui do at­to che ci so­no la­vo­ra­to­ri di se­rie A e di se­rie B, per­ché i la­vo­ra­to­ri del­le azien­de con me­no di 16 di­pen­den­ti non han­no di­rit­to al­la rein­te­gra­zio­ne. Su que­sto la Cor­te co­sti­tu­zio­na­le è più vol­te in­ter­ve­nu­ta af­fer­man­do che que­sta di­stin­zio­ne in ca­po al le­gi­sla­to­re è con­sen­ti­ta: si può sta­bi­li­re che so­pra una cer­ta so­glia le tu­te­le sia­no mag­gio­ri e sot­to sia­no in­fe­rio­ri. Per­ché di­co che è il di­rit­to dei di­rit­ti? Per­ché la fun­zio­ne prin­ci­pa­le che svol­ge l’art. 18 è di de­ter­ren­za. È per­ché sa che c’è la pos­si­bi­li­tà di rein­te­gra­zio­ne che il da­to­re di la­vo­ro non abu­sa del suo po­te­re; al­lo stes­so tem­po è sa­pen­do che c’è que­st’om­brel­lo che mi pro­teg­ge che io, in co­stan­za di rap­por­to, pos­so ri­ven­di­ca­re la qua­li­fi­ca su­pe­rio­re, pos­so fa­re uno scio­pe­ro, pos­so pro­te­sta­re se mi de­man­sio­na­no o se mi fan­no del mob­bing, pos­so iscri­ver­mi al sin­da­ca­to, in­som­ma pos­so eser­ci­ta­re tut­ta una se­rie di di­rit­ti.
L’art. 18 è pro­prio a sal­va­guar­dia del­la di­gni­tà, del fat­to che non si sia schia­vi. E que­sto è fon­da­men­ta­le.
Fran­ca­men­te mi sem­bra ri­di­co­lo giu­sti­fi­ca­re la sop­pres­sio­ne del­l’art. 18 con il fat­to che i ca­si sa­reb­be­ro po­chi. Ipo­tiz­zia­mo che, mi­ra­co­lo­sa­men­te, que­st’an­no ci sia­no sta­te so­lo cin­que ra­pi­ne a ma­no ar­ma­ta in tut­t’I­ta­lia. È un va­li­do mo­ti­vo per eli­mi­na­re il rea­to di ra­pi­na a ma­no ar­ma­ta? È chia­ro che l’ef­fi­ca­cia di una nor­ma è pri­ma per la sua de­ter­ren­za che per la sua re­pres­sio­ne. Il fat­to che i rein­te­gri sia­no po­chi non è un ar­go­men­to per giu­sti­fi­car­ne la sop­pres­sio­ne, al con­tra­rio! Può es­se­re la pro­va che fun­zio­na!
(a cu­ra di Bar­ba­ra Ber­ton­cin)

UNA CITTÀ n. 216 / 2014 ottobre

http://unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2404